Religione dei celti

Fonti Storiche

RELIGIONE

In antichi poemi, unica loro forma di trasmissione storica, cantano il dio Tuistone (Tiwaz) nato dalla terra. A lui assegnano come figlio Manno, progenitore e fondatore della razza germanica e a Manno (Mannus) attribuiscono tre figli, dal nome dei quali derivano il proprio gli Ingevoni, i più vicini all’Oceano, gli Erminoni, stanziati in mezzo, e gli Istevoni, cioè tutti gli altri.
(Tacito, Germania)

Si ricorda che anche Ercole ebbe a stare con loro e, al momento di andare in battaglia, lo celebrano come il più valoroso fra tutti gli eroi.
(Tacito, Germania)

Sopra tutti gli dèi onorano Mercurio (Wotan), cui ritengono lecito, in certi giorni, fare anche sacrifici umani. Placano Ercole (Donar) e Marte (Tiwaz) con sacrifici d’animali consentiti. Parte degli Svevi sacrifica anche a Iside (Holda). Dell’origine e del motivo di questo culto straniero ho potuto accertare ben poco al di fuori di un dato, e cioè che il simbolo stesso della dea, rappresentata in forma di nave liburnica, dimostra che il culto è stato importato. Non ritengono per altro conforme alla maestà degli dèi rinserrarli fra pareti e raffigurarli con sembianza umana: consacrano loro boschi e selve e danno nomi di divinità a quell’essere misterioso che solo il senso religioso fa loro percepire.
(Tacito, Germania)

Più di qualsiasi altro popolo rispettano gli auspici e le sorti. Per queste ultime il procedimento è semplice. Tagliano un rametto di albero fruttifero in piccoli pezzi, li contraddistinguono con certi segni e li buttano a caso su una veste bianca. Dopo di che il sacerdote della tribù, se il consulto è per la comunità, o il capofamiglia, se ha destinazione privata, invocati gli dèi con lo sguardo volto al cielo, ne raccoglie tre pezzi, uno per volta, e li interpreta secondo il segno impresso. Se il responso è contrario, non si interrogano più le sorti, per quel giorno, sul medesimo argomento; in caso invece di segni favorevoli, si richiede un’ulteriore conferma degli auspici. È noto anche in Germania l’uso di interrogare le voci e i voli degli uccelli. È specialità di quelle genti ispirarsi ai presagi e ai moniti dei cavalli. Essi sono nutriti, a spese della collettività, nelle foreste e nei boschi sacri prima ricordati, bianchissimi e non contaminati dal lavoro prestato all’uomo: aggiogati al carro sacro, sono accompagnati dal sacerdote, dal re o dal capo di una gente, i quali ne osservano nitriti e fremiti.
(Tacito, Germania)

Le loro mogli, che li accompagnano nelle loro spedizioni, erano ritenute delle sacerdotesse e veggenti; avevano i capelli grigi, tendenti al bianco, con ampi mantelli attorno al loro corpo e scalze; ora con le armi in pugno queste sacerdotesse avrebbero incontrato i prigionieri di guerra attraverso il campo e, dopo averli coronati con wreaths, li avrebbero portati verso un otre di rame, capace di contenere 20 anfore; e avrebbero innalzato una piattaforme su cui avrebbero preso posto, e poi, affacciandosi sull’otre, avrebbero tagliato la gola di ogni prigioniero dopo che erano stati sollevati; e da quel sangue che sarebbe stato spruzzato sugli stendardi, alcune delle sacerdotesse avrebbero ricavato delle profezie, mentre le altre, dopo un’ispezione della viscere dei prigionieri morti, avrebbero ricavato una profezia di vittoria per il loro popolo; e durante le battaglie avrebbero battuto sulle coperture dei carri, creando in questo modo un rumore sovrannaturale.
(Strabone, Libro VII)

GUERRA

Hanno pure canti di battaglia che intonano – la modulazione la chiamano bardito – per esaltare gli animi e dal canto traggono presagi sull’esito della battaglia. Infatti atterriscono, o sono loro a tremare, a seconda di come si leva il grido di guerra; e non sembra un complesso di voci, ma un unanime incitamento al valore. Puntano soprattutto all’asprezza del suono e a produrre un’onda sonora tutta franta, e accostano lo scudo alla bocca, perché la voce, per risonanza, rimbombi più forte e cupa.
(Tacito, Germania)

Neppure il ferro abbonda, a giudicare dal tipo di armi. Pochi usano spade e lance d’una certa lunghezza: portano delle aste o, per dirla col loro nome, delle framee, dal ferro stretto e corto ma tanto aguzze e maneggevoli che possono impiegare la stessa arma, secondo occorrenza, in combattimenti da vicino e da lontano. Anche i cavalieri si limitano ad avere scudo e framea; i fanti lanciano anche proiettili, molti ciascuno, e li scagliano a grande distanza, a corpo nudo o coperti d’un mantello leggero. Non ostentano ornamenti militari; soltanto gli scudi li tingono di colori vistosi. Pochi indossano corazze, pochissimi poi un elmo di cuoio o di metallo. I cavalli non spiccano né per bellezza né per velocità. Neppure li addestrano a fare volteggi, come da noi: portano i cavalli in linea retta o fanno eseguire loro una conversione a destra con un allineamento così compatto che nessuno resta indietro. Ad una valutazione globale, è più forte la fanteria; e per questo combattono mescolati, perché si uniforma armonicamente alla battaglia equestre la velocità dei fanti, scelti fra tutti i giovani e disposti in prima fila. Anche il loro numero è prestabilito: cento per ogni distretto, e appunto questo è il nome che li indica fra loro, sicché quello che dapprima era un numero diventa un titolo d’onore. La schiera si dispone a cunei. L’indietreggiare, purché si contrattacchi, lo considerano saggia tattica piuttosto che segno di paura. Anche nelle battaglie d’esito incerto, portano indietro i corpi dei caduti. L’onta peggiore è abbandonare lo scudo e a chi così si sia disonorato non si concede più di presenziare ai riti o di intervenire alle assemblee, tanto che molti scampati alla guerra posero fine al loro disonore con un laccio al collo.
(Tacito, Germania)

Si ha ricordo di eserciti, ormai sul punto di ripiegare e di cedere, rinsaldati dalle insistenti preghiere delle donne che mostravano il petto e che indicavano loro lo spettro dell’imminente schiavitù; schiavitù che temono per le loro donne assai più che per sé, tanto che si sentono più saldamente vincolate quelle popolazioni dalle quali si pretendono, come ostaggi, anche nobili fanciulle. Attribuiscono anzi alle donne un che di sacro e di profetico e non ne sottovalutano i consigli o ne disattendono i responsi.
(Tacito, Germania)

Scelgono i re per nobiltà di sangue, i comandanti in base al valore. I re non hanno potere illimitato o arbitrario e i comandanti contano per l’esempio che danno, non perché comandano, facendosi ammirare, se sono coraggiosi, se si fanno vedere innanzi a tutti, se si battono in prima fila. D’altronde, mettere a morte, imprigionare, sferzare è concesso solo ai sacerdoti e ciò non per punizione o per ordine del comandante, ma come per imposizione del dio che credono presente fra i combattenti. Portano in battaglia immagini di belve e simboli divini tratti dai boschi sacri, e – cosa che più d’ogni altra sprona al coraggio – la formazione di uno squadrone di cavalleria o di un cuneo avviene non per casuale raggruppamento, ma in base alle famiglie e ai clan; i loro cari stanno nei pressi, da dove possono udire le urla delle donne e i vagiti dei bambini. Questi i testimoni più sacri; da loro la lode più ambita: presentano le ferite alle madri, alle mogli, che hanno l’animo di contarle e di esaminarle; ed esse recano ai combattenti cibi ed esortazioni.
(Tacito, Germania)

Un prigioniero del popolo con cui sono in guerra, comunque catturato, lo oppongono a combattere contro un campione del loro popolo, ciascuno con le proprie armi: la vittoria dell’uno o dell’altro ha valore di pronostico.
(Tacito, Germania)

In battaglia poi è disonorevole per un capo lasciarsi superare in valore ed è disonorevole per il seguito non eguagliare il valore del capo. Inoltre costituisce un’infamia e una vergogna, che dura per tutta la vita, tornare dal campo di battaglia, sopravvivendo al proprio capo: difenderlo, proteggerlo, attribuire a sua gloria anche i propri atti di valore è l’impegno più sacro: i capi combattono per la vittoria, il seguito per il capo.
(Tacito, Germania)

Volendo, si scontrasse: avrebbe capito cosa potevano in valore i Germani invincibili, molto esercitati nelle armi, che per 14 anni non erano entrati a casa.
(Cesare, De Bello Gallico)

Da quel giorno per cinque giorni consecutivi Cesare fece uscire le sue truppe davanti agli accampamenti e tenne l’esercito schierato, perché, se Ariovisto volesse scontrarsi in battaglia, non gli mancasse la possibilità. Ariovisto in tutti quei giorni tenne l’esercito negli accampamenti, ogni giorno attaccò con scontro di cavalleria. Questo era il genere di battaglia in cui i Germani si erano esercitati: c’erano sei mila cavalieri, altrettanti di numero fanti velocissimi e fortissimi, che da tutta la truppa si sceglievano a vicenda per la propria incolumità; con essi si trovavano in scontri, i cavalieri si ritiravano tra questi; questi, se c’era qualcosa di troppo pericoloso, accorrevano; se uno, ricevuta una ferita piuttosto grave, era caduto da cavallo, lo attorniavano; se c’era da avanzare troppo lontano o ritirarsi troppo velocemente, era tale la loro velocità con l’esercizio, che sollevati dalle criniere dei cavalli ne eguagliavano la corsa.
(Cesare, De Bello Gallico)

Cesare interrogando i prigionieri, per quale motivo Ariovisto non si battesse in uno scontro, scopriva questa causa, che presso i Germani c’era questa tradizione, che le madri di famiglia dichiarassero con i loro sortilegi e profezie, se fosse di vantaggio che si attaccasse battaglia o no; (che) esse così dicevano: non essere volontà divina che i Gemani vincessero, se avessero attaccato con uno scontro prima delle luna nuova.
(Cesare, De Bello Gallico)

Allora finalmente inevitabilmente i Germani fecero uscire le loro truppe dagli accampamenti e li schierarono per tribù ad uguali intervalli – Arudi, Marcomani, Triboli, Mangioni, Nemesi, Sedusi, Suebi – e circondarono tutta la schiera con vetture e carri, perché non rimanesse alcuna speranza nella fuga. Là vi posero le donne, che piangendo a mani aperte imploravano quelli che partivano per la battaglia, perché non li consegnassero in schiavitù ai Romani.
(Cesare, De Bello Gallico)

Ma i Germani velocemente secondo la loro abitudine, fatta una falange, sostennero gli assalti delle spade.
(Cesare, De Bello Gallico)

Secondo il loro modo di vedere, non c’è niente di più vergognoso o inerte che usare la sella. Così, per quanto pochi siano, osano attaccare qualsiasi gruppo di cavalieri che montino su sella, non importa quanto numeroso.
(Cesare, De Bello Gallico)

Non erano i Germani a muovere per primi guerra al popolo romano, ma non avrebbero rinunciato allo scontro, se provocati, perché avevano la consuetudine, tramandata dai padri, di difendersi e di non implorare gli aggressori, chiunque essi fossero.
(Cesare, De Bello Gallico)

Ma i nemici, non appena videro la nostra cavalleria – benché contasse circa cinquemila unità, mentre essi non erano più di ottocento, non essendo ancora rientrati i cavalieri che avevano varcato la Mosa in cerca di grano – si lanciarono all’attacco e scompaginarono in breve tempo i nostri, che non nutrivano alcun timore, in quanto l’ambasceria dei Germani aveva appena lasciato Cesare chiedendo, per quel giorno, tregua. Quando i nostri riuscirono a opporre resistenza, gli avversari, secondo la loro tecnica abituale, balzarono a terra e, ferendo al ventre i cavalli, disarcionarono molti dei nostri e costrinsero alla fuga i superstiti, premendoli e terrorizzandoli al punto che non cessarono la ritirata se non quando furono in vista del nostro esercito in marcia.
(Cesare, De Bello Gallico)

Fra i tronchi degli alberi e i cespugli raso terra le lance e le spade romane e gli scudi aderenti al corpo sono molto più maneggevoli degli scudi enormi e delle immense aste dei barbari. […] I Germani non hanno corazze, non hanno elmi, non hanno nemmeno scudi rinforzati di ferro. […] Solo la prima fila è munita bene o male di aste, gli altri hanno spunzoni più corti, appuntiti col fuoco.
(Tacito, Annales)

Ma nello scontro gli immensi corpi dei barbari si mostrarono ai gladi e alla spada. Siccome i barbari alzarono gli scudi sopra le teste e si protessero con la testuggine, i Romani saltarono sopra gli scudi e poi calavano con i gladi nelle gole.
(Lucio Anneo Floro, Epitome)

DESCRIZIONE FISICA E ABBIGLIAMENTO

Per questo anche il tipo fisico, benché così numerosa sia la popolazione, è eguale in tutti: occhi azzurri d’intensa fierezza, chiome rossicce, corporature gigantesche, adatte solo all’assalto. Non altrettanta è la resistenza alla fatica e al lavoro; incapaci di sopportare la sete e il caldo, ma abituati al freddo e alla fame dal clima e dalla povertà del suolo.
(Tacito, Germania)

Il vestito, per tutti, è un corto mantello allacciato da una fibbia o, in mancanza, da una spina; il resto del corpo è nudo e passano intere giornate accanto al focolare acceso. I più ricchi si distinguono per una sottoveste, non ampia, come hanno Sarmati e Parti, ma attillata, e che mette in rilievo le forme. Indossano anche pelli di fiere: senza voler apparire eleganti quelli vicini ai fiumi, come segno di raffinatezza invece quelli dell’interno, dove il commercio non porta alcun lusso. Questi ultimi scelgono gli animali adatti, li scuoiano e poi ne screziano le pellicce con pezzi di pelle di altri animali, che l’Oceano più lontano o il mare sconosciuto danno alla luce. Analogo a quello degli uomini è l’abbigliamento delle donne, salvo che queste si coprono spesso con mantelli di lino ricamati di porpora e non allungano la parte superiore della tunica a formare delle maniche; hanno braccia e avambracci scoperti e rimane scoperta anche la parte superiore del petto.
(Tacito, Germania)

Mentre si ferma pochi giorni presso Besançon per il rifornimento ed il vettovagliamento, dal racconto dei nostri e dalle chiacchiere dei Galli e dei mercanti, che raccontavano che i Germani erano di straordinaria statura fisica, di incredibile valore ed esercizio nelle armi – dicevano che spesso incontratisi con loro non avevano potuto sopportare né il volto né l’acutezza degli occhi -, improvvisamente un così grave terrore prese tutto l’esercito, da turbare non poco la mente ed i cuori di tutti.
(Cesare, De Bello Gallico)

Ora, la parte oltre il Reno, immediatamente dopo il territorio dei Celti, appena verso est, sono occupate dai Germani, che sono diversi in alcuni aspetti rispetto ai Celti, in quanto sono più selvaggi, più alti e hanno i capelli biondi, ma in tutti gli altri aspetti sono simili in costruzioni, abitudini e modi di vita a quanto ho detto sui Celti.
(Strabone, Libro VII)

CIBI E BEVANDE

Come bevanda hanno un liquido, ricavato dall’orzo o dal frumento, fermentato pressappoco come il vino. I più vicini ai fiumi comprano anche vino. Semplici i cibi: frutti di campo, selvaggina fresca, latte cagliato: scacciano la fame senza sontuosità e raffinatezze culinarie. Non sono altrettanto temperanti invece contro la sete. Se si asseconda il loro debole per l’ubriachezza, offrendo quanto desiderano, possono essere vinti coi vizi meglio che con le armi.
(Tacito, Germania)

Non permettono assolutamente l’importazione del vino, perché ritengono che indebolisca la capacità di sopportare la fatica e che infiacchisca gli animi.
(Cesare)

SOCIETA’

Quando la massa dei convenuti lo ritiene opportuno, siedono in assemblea, armati. Il silenzio viene imposto dai sacerdoti che, in quelle occasioni, hanno anche il potere di reprimere. Quindi prendono la parola i re o i capi, secondo l’età, la nobiltà, la gloria militare e l’abilità oratoria e li stanno ad ascoltare più per l’autorevolezza che hanno nel persuadere che per l’autorità. Se le idee espresse non piacciono, manifestano disapprovazione con mormorii; se invece piacciono, battono insieme le framee: il plauso espresso con le armi è il più onorevole.
(Tacito, Germania)

Nessun affare trattano, né pubblico né privato, se non armati ma, per consuetudine, nessuno prende le armi se non quando la comunità l’ha giudicato idoneo. Allora, in assemblea, uno dei capi o il padre o un parente ornano il giovane dello scudo e della framea: questa è per loro la toga, questo il primo attestato d’onore per i giovani: prima di quel momento sono considerati parte della famiglia, poi dello stato. Il titolo di nobiltà o le grandi benemerenze degli antenati conferiscono dignità di capo anche agli adolescenti; gli altri si aggregano ai capi più maturi e già sperimentati, senza vergognarsi di figurare nel seguito che, secondo il giudizio di chi comanda, comporta una gerarchia. Di conseguenza esiste una grande emulazione per conquistare il primo posto presso il capo, e, fra i capi, per avere i seguaci più numerosi e combattivi. Questo è il prestigio, questa la potenza dei capi: essere attorniati sempre da una folta schiera di giovani scelti dà decoro in tempo di pace e in guerra. Ed è motivo di gloria e di rinomanza, non solo presso la propria gente, ma anche agli occhi delle popolazioni vicine, segnalarsi per il numero e il valore del seguito. I capi sono ricercati nelle ambascerie, colmati di doni e spesso con la loro fama decidono le sorti della guerra.
(Tacito, Germania)